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INTERVENTI
CONVENTION
LISTA UNITARIA "UNITI NELL'ULIVO"
13/14 febbraio
2004
Voi sapete
che il titolo formale per il quale vi parlo
oggi qui è quello di segretario del
Movimento Repubblicani Europei.
Ma credete che sento su di me tutto il peso
di rappresentare in questa assemblea, con
molta umiltà e molto orgoglio, anche
qualcosa di più del mio Movimento.
Potete credermi se vi dico che sento la
responsabilità che ho, anche a nome
di tanti altri amici, di portare a questo
incontro una lunga tradizione politica sempre
presente nella storia italiana, una scuola
di pensiero democratico che si espresse
dopo il fascismo nella posizione azionista-repubblicana,
nutrita dall'etica politica e della visione
dei problemi politici e sociali che ci resero
spesso soli in Italia, ma così consonanti
all'Europa.
E' questa tradizione che ho il difficile
compito di rappresentare: un complesso di
idee e di posizioni che hanno avuto un peso
nella costruzione della storia migliore
del nostro Paese, talora un peso fondamentale.
Dal risorgimento alla resistenza, alla nostra
comune e vittoriosa lotta contro il terrorismo
interno, ai nostri non lieti giorni.
E perciò voglio dirvi anzitutto,
con semplicità e gioia, che nella
grande battaglia politica ed elettorale
che ci accingiamo ad iniziare, questa tradizione
sta oggi qui, nella Lista Unitaria con romano
Prodi, sta qui e non sta là. Perché
la Lista unitaria è l'unico luogo
in cui può stare ed è degna
di stare la tradizione repubblicana.
Sta qui non per procedere ad una operazione
elettorale di contaminazione elettorale
affrettata di tradizioni e programmi differenti,
ma per identificare insieme i punti comuni
di riferimento per un'area del paese più
grande dei nostri partiti, per coinvolgere
su una nuova prospettiva le forze disperse,
deluse e sfiduciate che i sondaggi fissano
al 40% dell'elettorato di centro-destra.
E per tracciare dunque le linee di un progetto
a cui l'Italia possa nuovamente credere
per molti anni al di là delle sue
traversie quotidiane.
Un progetto avallato dalla nostra consapevolezza
delle questioni nuove che si pongono all'Italia
e all'Europa, nel mondo, uscita dalla rivoluzione
della globalizzazione, punto di riflessione
centrale di ogni progetto credibile. Rafforzato
dalla nostra comune esigenza di andare oltre
la contingenza elettorale. E irrobustito
dal nostro impegno politico di trovare le
vie più adatte per dare al nostro
paese ciò che gli è sempre
storicamente mancato e che all'origine di
tutte le difficoltà dell'Italia:
una grande forza di sinistra, strettamente
democratica, unita, di massa, riformista,
inattaccabile sotto il profilo etico, moderna
sotto il profilo istituzionale ed economico,
sicura sotto il profilo internazionale.
Quella forza politica maggioritaria che
non è solo nei nostri cuori, ma è
oggettivamente indispensabile al paese per
risalire la china che ha sceso.
Questo è in profondità il
messaggio che Prodi ha lanciato con il suo
appello che noi tutti abbiamo raccolto.
Risollevare il paese: è questo in
effetti l'obiettivo primo, ridare fiducia
e sicurezza ai cittadini italiani. Riportarlo
in alto economicamente e civilmente. Fare
uscire l'Italia dalla condizione avvilita
e spregiata che la vede guidata da un premier
davvero singolare.
Un premier ascoltato con attenzione in sede
internazionale, solo per le barzellette
che racconta, conservatore ed antieuropeo.
Non voglio dire una parola di più
su Berlusconi, perché il nostro compito
principale non è quello di dipingerlo
di nero.
Il giudizio su Berlusconi non è dato
dalle nostre parole, ma dai suoi concreti
fatti.
E' questo di cui Berlusconi ha paura: di
un giudizio fondato sui suoi fatti e sulle
nostre idee.
E facciamo un errore, che è anche
di tecnica propagandistica, se diamo sfogo
solo ai nostri sentimenti e lo facciamo
apparire come un semplice "demonio",
con il risultato poi che i nostri avversari
hanno più spazio per farlo apparire
come il "puro angelo" che non
è mai stato.
Una lotta tra angeli e demoni, noi angeli
e loro demoni, o viceversa.
Ma come si fa a non vedere che questo e
soltanto questo è il terreno che
la Destra cerca e su cui vorrebbe mantenere
il confronto politico? Come non vedere che
tutta la potenza di fuoco televisiva della
Destra è mirata ad impiantare nell'opinione
pubblica questo dilemma primitivo?
Hanno ragione i grandi giornali indipendenti,
sui quali Berlusconi ha cercato invano di
gettare la sua mano.
Non c'è il demonio a palazzo Chigi.
C'è soltanto un uomo politicamente
mediocre. Un uomo che neppure comprende
come la sua opera stia riportando a galla
tutti i mali storici della vita italiana,
in primis la questione morale sempre più
grave per il non risolto conflitto di interessi.
Un uomo che si era proposto di rinnovare
tutto e non è riuscito a risolvere
nulla.
Ha ragione Fassino.
Non è la demonizzazione, ma la politica,
il terreno del confronto.
Contrastiamo efficacemente Berlusconi se
lo chiamiamo a confronto sulle cose reali
del Paese.
Se gli imponiamo la discussione su proposte
concrete, radicalmente alternative a quelle
"fatte in casa" dai suoi amici.
Se sui temi dello stato gli opponiamo quella
cultura istituzionale fatta di senso dello
stato e di etica laica.
Se diciamo oggi a Tremonti che non ha il
diritto, per ostilità ad una persona
che può aver anche commesso alcuni
errori, di colpire l'istituto della Banca
d'Italia, il suo prestigio internazionale,
i suoi poteri a tutela del risparmio nazionale.
Se diciamo oggi a Castelli che l'indipendenza
della magistratura è il pilastro
su cui riposa una civiltà giuridica
diversa da quella del capo delle tribù
nomadi del deserto, con tutto il rispetto
per esse, e se diciamo insieme che è
questa civiltà giuridica ad esigere
che ad ogni posizione indipendente da potere
politico e da potere economico, corrisponda
poi una posizione di responsabilità
personale verso il cittadino isolato e non
protetto che chiede giustizia.
Se diciamo con forza ai capigruppo del centro-destra
ciò che la Riforma istituzionale
esige, anzitutto di fissare, per decenza
prima ancora che per diritto costituzionale.
Che le grandi autorità di garanzia,
inserite nel nostro ordinamento, sono di
garanzia della collettività nazionale
e non sono perciò né del Governo,
né agli ordini del Governo. E debbono
trovare in sede di riforma costituzionale
una fonte di nomina unitaria che non sia
né il Governo, né la maggioranza
parlamentare. E neppure quella maggioranza
qualificata che Berlusconi potrebbe offrirci
per trascinare la nostra limpida opposizione
nel gioco ignobile delle "lottizzazioni
concordate".
Contrastiamo efficacemente Berlusconi non
se gli rimproveriamo di non aumentare di
colpo tutti gli stipendi e i salari degli
italiani, perché questo non è
credibile in un paese che ha oggi un tasso
di inflazione superiore alla media europea.
E che ha inoltre un Governo il quale non
riesce a far indietreggiare il tragico debito
pubblico accumulato negli anni in cui vinceva
non la nostra cultura economica, ma quella
dei suoi amici di oggi.
Lo contrastiamo se gli opponiamo l'unica
strada alternativa allo scontro sociale,
che è la politica dei redditi e la
concertazione sociale, che non noi, ma loro,
hanno abbandonato e che adesso occorre anzi
estendere a livello europeo, come dice Romano
Prodi con il suo messaggio di Europa sociale.
Se dimostriamo al Paese che non serve la
finanza creativa del ministro del Tesoro,
ma la cultura economica moderna che la nostra
tradizione ha per prima importato in Italia.
Le sue analisi, le sue proposte tecniche,
la sua visione dell'Italia dualistica e
del problema delle aree depresse del Centro
e del Mezzogiorno, quel Mezzogiorno che
è scomparso totalmente dall'agenda
politica del Governo.
L'idea non di uno Stato puro spettatore
delle prodezze del mercato liberista e della
dirigenza della Parmalat, ma di una Stato
regolatore, efficace ed equo della vita
economica e sociale.
Contrastiamo Berlusconi se gli diciamo che
è giusto, ma insieme penoso, che
siano anche i suoi fedeli a presentare al
parlamento europeo mozioni in difesa degli
operai della Terni, quando il suo governo,
in tre anni, è solo riuscito a peggiorare
la condizione della ricerca scientifica
e tecnologica italiana, su cui riposa il
futuro dell'industria italiana: responsabilità
di fondo della crisi di oggi, che anzitutto
i nostri compagni e amici di Terni è
bene abbiano chiaro, senza farsi infinocchiare
da promesse di solidarietà.
Oggi è il capitale umano e tecnico
che sta nella Terni Acciaierie e nell'industria
italiana che bisogna salvaguardare. Ed è
uno spostamento massiccio di risorse, cioè
una politica economica radicalmente nuova,
che serve perciò al paese.
Per stare nella competizione globale non
servono i conati protezionistici di Tremonti.
Non servono politiche di raggio corto.
Gli Stati Uniti possiedono una forza economica
enorme, India e Cina avanzano a ritmi sbalorditivi.
Il Giappone è in ripresa, avanzano
le "tigri dello sviluppo". In
Asia si sta oggi costruendo, a somiglianza
del mercato europeo, un mercato unico asiatico,
che rappresenterà oltre il 50% della
popolazione mondiale. E che rafforzerà
ancora nell'economia mondiale il peso di
quell'area.
Come risponde la Destra a questi straordinari
problemi? Accodandosi agli interessi della
Francia e della Germania nel mandare all'aria
il "patto di stabilità"
europeo, invece di integrarlo col "patto
dello sviluppo" chiesto da Prodi? E'
questa la risposta?
Italia ed Europa hanno lo stesso problema.
Ciò che serve è un eccezionale
potenziamento della fondamentale risorsa
necessaria per reggere la competizione globale,
l'unica risorsa che è veramente indispensabile
nella nuova economia della conoscenza, cioè
il "capitale umano", come ha ben
evidenziato il Vertice di Lisbona.
Alfredo Reichlin di recente ha giustamente
sottolineato, come " gli studi dimostrano
che, nella struttura dell'economia della
maggior potenza industriale del mondo, gli
stati Uniti, la quasi totalità della
ricchezza e quindi del potenziale produttivo,
è costituito da ciò che con
espressione tecnica viene definito "capitale
umano", in una proporzione che supererebbe
il 90%".
E' così. E il capitale umano è
l'unica risorsa economica di cui può
disporre il nostro paese e una delle poche
risorse di cui può disporre l'Europa.
Ma allora ci serve in Italia non la Riforma
della Scuola della Moratti, ambigua, conservatrice,
che cancella anni di ricerca didattica psicopedagogica,
che torna al vecchio schema che divide tra
homo faber e homo sapiens, che prevede percorsi
diversi tra ricchi e poveri, che delinea
un basso profilo di istruzione per la scuola
pubblica e privilegia la scuola privata,
che frantuma l'unità della cultura
ritornando ad una vecchia scala di valori
rispetto alle discipline fondamentali e
facoltative.
Ci serve una politica economica totalmente
nuova, un nuovo welfare, un nuovo rapporto
con il terzo settore, che non lo mercantizzi,
ma che ne accentui la universalità.
Un nuovo approccio ai nuovi bisogni ed ai
nuovi diritti emergenti, che richiede una
nuova politica economica che abbia al suo
centro un gigantesco spostamento di risorse
sul terreno da cui dipende l'avvenire economico
del Paese.
La ricerca scientifica, la ricerca tecnologica,
l'ambiente come bene primario, l'Università,
i laboratori scientifici in cui si raccolgano
i "cervelli" che oggi emigrano,
i distretti industriali tecnologicamente
avanzati, il riconoscimento del merito e
della competenza, la distribuzione dei fondi
pubblici senza clientelismi, l'attivazione
fiscale della ricerca privata, la formazione
permanente, e anzitutto la Scuola.
La SCUOLA, lasciatelo dire a me che ho vissuto
e vivo la sua vita, una scuola di qualità
che dia strumenti culturali e metodo per
affrontare la vita, per essere cittadini
e non sudditi.
E' qui che si marca la qualità tra
noi e loro. E' su questo terreno che noi
garantiamo al nostro Paese l'avvenire economico
più sicuro che loro indeboliscono
con le loro politiche. Volete un solo dato
che misura la condizione sociale? In Italia
le statistiche parlano di 1200 morti all'anno
per incidenti sul lavoro: 1200 un numero
spaventoso, quattro al giorno.
Ed è per tutto questo complesso di
cose di cui ho parlato, che serve anche,
accanto alle istituzioni italiane, un orientamento
giusto delle istituzioni europee.
Perché credo sia persino inutile
sottolineare il ruolo cruciale che anche
sul terreno economico - sociale può
giocare il Parlamento europeo. D'intesa
con la Commissione Di Bruxelles oggi presieduta
dall'uomo che è il nostro leader,
Romano Prodi.
Ma dobbiamo anche dire con forza agli euroscettici
annidati nel Governo che non c'è
solo un ruolo economico, ma anche un ruolo
politico dell'Europa.
E' il ruolo assicurato dai valori che sono
alla base dell'Europa e che si sono diffusi
nel vasto mondo al di là dell'Europa.
Dagli stati Uniti all'India, dall'Australia
all'America Latina, dove la sinistra democratica
ha ripreso spazio ed audacia con Lula e
con Lagos.
Sono i valori della civiltà occidentale.
Accomunata da un'infinità di problemi
cruciali che possiamo risolvere solo insieme.
La lotta al terrorismo. Le politiche economiche
e monetarie e commerciali su cui stabilizzare
l'uno e l'altro pilastro della civiltà
occidentale. Le politiche di sviluppo delle
aree povere e depresse del mondo: il grande
problema storico del nostro secolo.
Che per essere risolto ha stretto bisogno
sia della saggezza dell'Europa politica,
sia del dinamismo economico dell'America.
Unite nella collaborazione derivante da
nuove politiche multilaterali. Non più
divisi da errate politiche unilaterali.
Non più divisi dal nuovo nazionalismo
americano e dal vecchio nazionalismo francese.
Perché non saranno gli interessi
del protezionismo agricolo francese, rappresentati
tra gli antiglobal dal signor Bovè
che daranno una mano di aiuto a sviluppare
le economia agricole dei paesi poveri e
a risolvere i problemi della fame di milioni
di uomini e donne, e non sarà una
rottura tra Europa e Stati uniti, che ancora
rimane nel DNA del comunismo più
vecchio, a ridare all'ONU e alle grandi
agenzie internazionali, quel ruolo e quella
funzione che devono avere.
Sono le alleanze politiche che fanno l'ONU,
non è l'ONU che fa le alleanze politiche.
Ma per questi immensi compiti occorre che
l'Europa esista politicamente e non sia
solo un gigante economico.
Il Governo incapace ha perduto la battaglia
per la Costituzione europea: questa è
la semplice verità.
Spetta adesso a noi riprenderla, qualificando
in concreto la linea dell'Europa sui grandi
problemi politici del mondo, impegnando
la politica nello spazio del diritto sui
grandi temi della diseguaglianza, della
fame, della povertà, dei brevetti
sulle sementi e sui farmaci di cui le Multinazionali
si appropriano e che invece debbono appartenere
a tutta l'umanità.
Fondamentale è poi la lotta al terrorismo
che minaccia gli europei quanto minaccia
gli americani, perché il suo obiettivo
vero è colpire con ogni mezzo ciò
che è l'antitesi del suo fanatismo,
cioè la civiltà moderna, pluralista,
democratica e tollerante, dell'uguaglianza
dei diritti tra uomini e donne, della separazione
laica tra Stato e chiesa, della libertà.
Le storiche conquiste con cui l'Occidente
ha contribuito a una vita migliore dell'umanità.
Voi vedete di fronte a questi immensi problemi
internazionali, la pochezza politica di
questo centro-destra italiano. Vedete la
pochezza degli euroscettici che ne dettano
la linea e quella di Berlusconi proteso
alla ricerca di una pura intesa a due tra
Italia e Stati uniti e delle grazie di Bush.
La pochezza di una politica che di strategico
ha nulla e di elettorale tutto.
All'Italia non serve questo dannoso centro-destra.
Serve qualcosa di molto diverso che solo
la forza della lista unitaria e il suo successo
può garantire.
Al paese servono nuove istituzioni e nuove
politiche economico sociali. Serve la garanzia
della sicurezza dell'Italia e dell'Europa,
da unire sempre di più.
Serve un ruolo chiaro dell'Italia nell'Europa
e dell'Occidente di fronte ai grandi problemi
del mondo, non bella rottura, ma nella prosecuzione
del cammino storico che l'Italia democratica
ha conosciuto per cinquant'anni.
Ho cercato di riassumere in breve tempo
i motivi ideali e politici che spingono
questa nostra tradizione antica, di cui
vi ho portato la voce, a sostenere la nuova
grande alleanza della Lista di Romano Prodi,
che ha per se l'avvenire.
Prodi ha titolato il suo documento "Il
sogno e le scelte". Facciamo in questa
assemblea le prime scelte e offriamo dunque
al paese e ai giovani un sogno bello: l'Europa
ed una prospettiva concreta.
Al lavoro amici per vincere le elezioni!!!!
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