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INTERVENTI
Le donne cambiano, l'Umbria
cambia con le donne
Intervento al convegno di Todi pubblicato sulla rivista "Cronache umbre 2000"
27 marzo 2004
Grazie per l'opportunità che mi avete dato di essere con voi per questo scambio di opinioni su un tema che, come è stato precedentemente evidenziato, è molto importante.
Ce lo diciamo tutte le volte, ma credo siamo arrivate a una sorta di capolinea: o riusciamo veramente a vincere una partita difficile sotto il profilo culturale, prima che giuridico e prima che legislativo, oppure credo che, come diceva la collega Senatrice, probabilmente rimanderemo la questione ad anni a venire e dovremo aspettare tempi di maturazione, che non so che cosa potranno sortire di fatto.
Intanto auguriamoci di mandare a casa questo Governo, perché un Governo che concepisce la donna più o meno come "massaia"; perché quando si rivolge alle donne e parla delle donne, il premier parla alle massaie che vanno a fare la spesa, parla alle segretarie che devono essere belle ed avere il "culo a mandolino" e così via. Abbiamo i termini giusti della pseudocultura e della sensibilità maschilista e greve, direi io, legata ad una aurea mediocrità, che campeggia ovunque.
Non ci spendo una parola di più, ma credo di dover dire che i comportamenti del Governo e il senso della dottrina, se così la vogliamo chiamare, politica del centro destra, ci proponga un modello di parità che è una grande truffa. Se voi guardate bene, il centro destra non valorizza le donne. Dall'UDC ad Alleanza Nazionale, passando per la Lega e Forza Italia, si dice che le donne sono in posizioni chiave, che la donna è valorizzata, che la famiglia è valorizzata, però secondo certi canoni.
E quali sono i canoni? I canoni di approccio culturale ottocenteschi: non c'é un salto di qualità culturale, quello che ha fatto la donna emancipandosi, soprattutto con la cultura, con la scienza e con la competenza professionale, né un salto di qualità rispetto alla storicizzazione del problema dell'emancipazione femminile. Il centro destra non sa neanche che cosa sia la contestualizzazione del problema della parità di genere, e continua a parlare della donna, e alla donna, nei termini di una cultura assolutamente superata in cui predominante, comunque, resta sempre il potere maschile.
Noi siamo un oggetto, ben identificato e individuato, con contorni precisi, precisi compiti e precisi limiti, quindi siamo cittadine di serie B, perché a noi devono essere relegati certi compiti e certe mansioni, all'uomo ne spettano altri, certamente quelli di potere. È il motivo per cui io mi arrabbiavo quando mi dicevano: "Parla di scuola". Certo che parlo di scuola, 35 anni di vita nella scuola, 35 anni di vita non sono uno scherzo. Parlo di scuola se lo voglio io, ma non voglio trattare sempre e solo di scuola, perché una donna in politica può parlare di sanità, di infrastrutture, e di qualsiasi problema culturale, civile, dare un contributo là dove si sente in grado di darlo, perché vuole esistere fuori da spazi stereotipi, dentro i quali la cultura del centro destra continua pervicacemente a tenerla.
Tante volte mi chiedo come facciano alcune colleghe, perché ovviamente ci sono anche nel centro destra donne intelligenti e non possiamo dire che l'intelligenza sta tutta dalla parte nostra, e che ci sia sensibilità solo da parte nostra. Nella mia esperienza decennale alla Camera ho incontrato anche dall'altra parte donne sensibili, capaci, che vivevano con sofferenza questo, come dire, "stile cultural-politico" dominante specialmente nel "partito azienda".
Credo davvero che siamo ad un punto chiave del problema, in cui in qualche modo una battaglia, che è di cultura, di emancipazione, ottenuta soprattutto attraverso il lavoro, come riscatto civile e personale, deve trovare una soluzione per una paritaria rappresentanza di genere nel mondo politico.
E' stato il lavoro che ci ha riscattato, perché nel lavoro abbiamo sperimentato, per noi stesse e per l'intera società, ciò di cui siamo capaci, quello che possiamo e sappiamo fare per contribuire allo sviluppo sociale, al progresso della collettività, alla democrazia, alla costruzione di un mondo migliore e soprattutto di un mondo di pace.
Le questioni sono tante e certo quella legata alla legge, e quindi alle quote, è certamente una questione che si dibatte da troppo tempo. Appena arrivata in Parlamento, nel '92, ho cominciato a sentire queste proposte, e vi devo dire la verità con molta franchezza, che le ho vissute un po' male all'inizio. Discutere solo con le donne, e soltanto tra donne, mi dava fastidio e non mi convinceva perché ero abituata a vivere nelle sezioni con uomini e con uomini spesso anziani, con un certo tipo di cultura, maschilisti, uomini del mio partito, con i quali mi ero sempre confrontata senza falsi pudori o senso minoritario, scontrandomi ed incontrandomi in una logica difficile, ma democratica.
A poco a poco mi sono però convinta che, invece, è necessario avere tra donne un forte comportamento solidale, perché millenni di incrostazioni culturali, giuridiche, non svincolate da stereotipi, non hanno liberato il diritto dell'essere al femminile, che può realizzarsi e vivere nella pienezza della sua possibilità espansiva a tutti i livelli, affettiva, razionale, sociale, politica. Ho imparato che la solidarietà, il cammino comune, l'umiltà e la forza di percorsi fatti insieme, con determinazione, possono portare lontano tante donne, non solo alcune.
In questo cammino è necessario lavorare in termini culturali, in profondità nella società, per portare sempre più donne a discutere sui problemi, a rendersi conto delle situazioni, a prendere coscienza di qualcosa che magari hanno già dentro di sé, ma che non riescono ad esternare fino in fondo.
E' necessaria un'azione di promozione culturale, ma accanto ad essa e a suo sostegno, bisogna intervenire con una nuova legge.
All'inizio ero contraria alle quote, poi piano piano ho cominciato a capire che fosse un passo necessario. Quando si dice che "bisogna inserire le donne nelle liste" e poi le donne non si trovano, perché è difficile mettere il 50% delle donne in lista, soprattutto nei piccoli partiti, ma anche nei grandi, non ci si chiede il perchè. Le donne si negano, e hanno le loro buone ragioni. Troppo spesso si sono sentite usate, troppo spesso capiscono che non hanno la possibilità di svolgere pienamente e serenamente il mandato politico, perché i tempi, le strutture del potere, sono pensati per gli uomini.
Serve veramente questa legge? Serve veramente che il legislatore faccia un discorso di quote in modo tale che ci sia un obbligo per i partiti di candidare donne? Serve una pari opportunità d'accesso, ma non serve se accanto alla legge non codifichiamo meccanismi e procedure, che poi rendano possibile l'elezione delle donne. Sarebbe l'ennesimo bluff nei confronti delle donne e dei loro diritti, se noi riuscissimo a candidare il 50% delle donne alle elezioni europee o un terzo e poi non le eleggessimo.
Bisognerà allora capire che cosa vuol dire abbinare alla politica delle quote una politica che affianchi le quote stesse, con meccanismi all'interno dei partiti o di premialità o d'altro, che rendano effettivamente possibile l'elezione delle donne.
C'è un altro discorso, però, che attiene un po' alla mia professionalità e alla mia storia, che vi voglio partecipare, anche per fare uscire il dibattito dai soliti canoni un po' scontati, se vogliamo, perché parliamo quasi sempre tra addette ai lavori e dovremmo invece parlare alle grandi masse delle nostre amiche, che sono fuori da quest'aula.
Qualche canale di dibattito diverso, ma convergente, per la parità dovremo cercare di attrezzarlo, perchè non soltanto i convegni ad alto livello, ma anche una serie di interventi a monte possono essere fatti, a cominciare dall'eliminazione degli stereotipi nei libri di testo, che perpetuano modelli già socialmente superati.
Tutte le ragioni già espresse nel dibattito sono valide, ma c'è qualcosa di più che ci dobbiamo dire con molta franchezza. Mi sono spesso interrogata chiedendomi come mai se siamo il 52 virgola qualcosa per cento dell'elettorato, noi non riusciamo ad eleggere le donne? Vuol dire che le donne non votano le donne. Non può essere solo un meccanismo di ritardo nella formazione, nell'informazione, di ritardo nella partecipazione democratica, che giustifica ciò che avviene.
Perché ciò che avviene è uno scandalo non nei confronti degli uomini, è uno scandalo nostro, che ci colpisce tutte le volte che ci sono le elezioni. Cominciamo a dirlo a tutte le nostre sorelle, a tutte le nostre amiche, che è uno scandalo che la donna non abbia fiducia nella donna.
Se non votiamo la nostra sorella che abbiamo a fianco, ci sono due o tre motivazioni non di più: o non abbiamo fatto un salto di qualità in quanto persone e cittadine, e io mi auguro che così non sia, oppure ci sono altre questioni, che dobbiamo avere il coraggio di affrontare, guardandoci negli occhi. L'universo femminile, la diversità di genere, attiva una serie di comportamenti e una serie di sensibilità, consce e subconsce, che fanno sì che, quando siamo all'urna, chiuse in noi stesse a meditare, un secondo prima di scrivere un nome, dentro la nostra testa passano delle frasi come questa: "Sì, è brava
ma
". Non diciamo è troppo brava, ma lo pensiamo, e allora: "E' più brava di me e non la voto". Questo è spesso il meccanismo.
Provate a riflettere se questo non è mai capitato, oppure vi è capitato di non perdonare una qualità, o di non perdonare un difetto. Non siamo capaci di volerci bene, non siamo capaci di accettarci nella nostra diversità di genere, sia con le qualità, sia con i difetti, e spesso la pulsione incoscia fa sì che il difetto o la qualità, percepiti in antagonismo, diventino inibitori di un voto alle donne.
A tutte le teorie sociologiche sulla emancipazione, a tutto quello che ci siamo raccontate migliaia di volte, cerchiamo di associare una verità scomoda, ma profonda.
Ho passato la giornata dell'8 marzo raccontando a tutte le amiche, a tutte le sorelle che ho incontrato, queste riflessioni in maniera più approfondita, più sviluppata, e ho terminato dedicando l'8 marzo a quell'universo femminile che oggi porta ancora il burka, lo chador, che vive di violazioni continue, psichiche, morali, fisiche, che non può andare a scuola, che non può leggere un giornale, che non può guidare l'automobile, che dipende e che non ha diritto alla vita nella sua pienezza.
L'8 marzo doveva essere dedicato a loro, ad un universo femminile che paga in dignità umana, a queste donne che sono nostre sorelle.
In Europa c'è una grande considerazione dei diritti umani, della parità di genere e proprio per questo voglio lanciare un messaggio: in Italia abbiamo tante commissioni per la parità, le abbiamo a livello comunale, provinciale, nei vari ministeri, alla Presidenza del Consiglio e abbiamo un Ministro delle pari opportunità, non abbiamo invece una commissione parlamentare per la parità, così come ha il Parlamento europeo, che è una commissione non speciale, ma ordinaria, alla quale vengono sottoposte, per parere, tutte le direttive, tutte le leggi, per valutare se ci sia o no una violazione nei confronti della parità di genere.
Abbiamo tanti rivoli di approfondimento, di conoscenza sulle tematiche che ci riguardano, che non trovano sintesi se non magari soltanto nelle organizzazioni dei partiti. Quale è il dialogo tra il ministro e le varie commissioni su tutto il territorio nazionale, tra la commissione parità che c'è la alla presidenza del consiglio e quella al ministero del lavoro? Alle colleghe parlamentari chiedo perciò di presentare una piccola proposta di legge, perché occorre una proposta di legge, per l'istituzione di una commissione permanente per la parità. Allora sì che norme che potremmo varare, di un terzo, di un quinto, della metà, avranno la garanzia della supervisione costante di una commissione permanente su tutte le normative, perché il diritto possa essere applicato non solo in funzione delle tornate elettorali, ma su tutte le questioni della vita civile.
Perché si arriva all'obiettivo delle elezioni di donne, soltanto se sono garantiti tutti gli altri livelli.
La società non può che essere migliore se la rappresentanza a livello politico è una rappresentanza equilibrata: noi potremmo creare un mondo diverso, in cui i bisogni possono essere visti con angolazioni diverse, che devono trovare un terreno di confronto paritario per trovare soluzioni possibili, facendo un salto di qualità: non c'è questione sociale o civile che appartenga solo alle donne o solo agli uomini.
La politica è e deve essere cosa pulita, perchè riguarda l'intera collettività e io credo che le donne sappiano parlare un linguaggio diverso e possono portare dentro il mondo politico trasparenza di posizioni, di opinioni, una genuinità di orgoglio e di passione, che l'universo maschile da tempo ha spento dietro altre logiche.
Il mio augurio e la mia speranza è che in questa tornata elettorale per le europee, ma anche per le amministrative, riusciamo a candidare donne di qualità, che hanno voglia di impegnarsi, che chiedono di poter fare qualcosa per la collettività.
Io vi porto una testimonianza personale. Nel '92 io sono stata eletta perché c'era la preferenza unica, e perché le donne, e soprattutto le donne di scuola, hanno scommesso su di me. Non ho avuto i voti del partito, e lo posso dire con orgoglio, ma quelli della società. Poi ho dovuto lavorare per non lasciarmi schiacciare da un partito fortemente maschilista. Io sono stata eletta per la preferenza unica: se non ci fosse stata non sarei mai stata eletta. Quindi non so se tre preferenze servano a guastare, oppure a supportare questa battaglia che noi facciamo. Sarebbe tutto da studiare con un ragionamento molto serio tra addetti ai lavori, che conoscono bene questi sistemi. E' bene lavorare anche per parametri collegati, che possano essere più vincolanti.
Chiudo qui augurando un buon lavoro a tutte e a me stessa, per il compito che dovrò svolgere, per essere all'altezza della sfida, che dura da tanto tempo e deve trovare la strada giusta per raggiungere l'obiettivo.
Non basterà però solo la legge che ci garantisce, ma dovremo far valere qualche cosa che sta dentro di noi, che deve liberarsi da quei lacci che vincolano la nostra fragile umanità. Vinciamo su noi stesse la battaglia, non restiamo vittime, abbiamo fiducia nelle donne, nostre sorelle.
Grazie.
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