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INTERVISTE
E ARTICOLI
Politiche
di Bilancio e "Wider Europe"
14 gennaio
2004
Pubblicato sulla
rivista "Europa news" dell'Università
degli Studi di Urbino n. 36 del 14 gennaio
2004
La logica
di qualsiasi linea politica è tutta
dentro la stesura di un bilancio, che è
un atto politico fondamentale, un atto complesso
sotto il profilo tecnico, sotto il profilo
politico, che richiede grandi capacità
di mediazione, grandi capacità di
dialogo. L'Europa che si allarga presuppone
un cambio di mentalità rispetto anche
alla concezione che abbiamo avuto fino a
ieri del bilancio. Stiamo già procedendo,
attraverso opportune modifiche, alla revisione
della politica di bilancio europea, perché
l'allargamento è una grande sfida
e un obbligo storico dopo la caduta del
muro di Berlino, per un'Europa che ha vissuto
circa 50 anni e più di pace, di sviluppo,
di prosperità, che ha costruito la
sua struttura, dal punto di vista economico,
finanziario, culturale, su dei pilastri
di fondo, sui quali abbiamo tutti, in particolare
l'Italia, contribuito al rafforzamento.
Abbiamo ora di fronte uno stock di paesi
che certamente hanno un grado non inferiore,
ma diverso di civiltà giuridica,
un grado diverso di sviluppo economico,
delle grandi sacche di povertà, una
arretratezza nei sistemi di produzione e
certamente un complesso di
problemi derivanti proprio da questo sviluppo
rallentato per una serie di motivi che sarebbe
molto lungo andare ad analizzare, però
questi paesi oggi entrano nell'Unione europea
la quale si allarga, si cambiano i confini,
si cambiano le frontiere. L'Europa allargata
deve allora fare i conti con le sue risorse
e deve decidere come impegnare queste risorse,
perché l'accoglienza sia reale e
perché dalla integrazione si passi
effettivamente all'inclusione.
Sono due concetti complementari, in sequenza
e sono due concetti profondamente e autenticamente
culturali, prima che politici e per questo
motivo impegnano la responsabilità
della gestione economica a livello europeo,
che è squisitamente politica.
Questo per dire che in fondo i numeri, le
cifre, i quattrini non sono alieni da una
responsabilità morale, non sono alieni
da una responsabilità politica, non
sono alieni da una responsabilità
di tipo culturale.
Abbiamo di fronte una sfida profonda, lanciata
con la comunicazione della Commissione sul
concetto di wider Europe, cioè un'Europa
allargata che comprende un discorso di nuove
frontiere.
L'allargamento ad est comprende 8 Stati
membri e 4 paesi limitrofi, per oltre 5.000
chilometri dal mare di Barents, con una
forbice di povertà fortissima tra
tutti i paesi che sono legati a questo territorio.
A sud-est 5 paesi dei Balcani occidentali,
6 Stati membri. Molti paesi sono ora in
via di sviluppo rispetto all'ordinamento
giuridico, altri hanno bisogno di una riforma
profonda dell'amministrazione. A sud l'Unione
europea e i paesi del Mediterraneo vedono
oggi 8 Stati membri e 10 paesi limitrofi,
per una superficie di confine di 5.500 chilometri,
con un divario notevolissimo rispetto all'economia
ma con grandi legami storico-culturali.
Se questo è il nuovo scenario è
evidente che la complessità di questo
scenario impone anche una complessità
delle politiche di bilancio che devono rivedere
alcuni meccanismi che qualcuno definisce
rigidi quanto le Tavole di Mosè e
ritengo anche estremamente complicati, mentre
le Tavole di Mosè sono assolutamente
semplici da intendere. L'euroburocrazia
e il diritto internazionale sono delle questioni
che spesso si intrecciano in maniera così
complicata, che la disaffezione dei cittadini
verso l'Europa in gran parte dipende da
questo e la Convenzione è stata anche
il mezzo e lo strumento per ovviare a questo
tipo di difficoltà.
La comunicazione della Commissione è
relativa allo strumento di prossimità,
un nuovo strumento di prossimità,
politiche di prossimità che noi possiamo
e dobbiamo intraprendere in maniera diversa,
facendo uno sforzo economico, che deve essere
uno sforzo in grado di sostenere queste
politiche. Certamente oggi non ci sono grandissime
risorse: i 995 milioni di euro che sono
stati impegnati, sono stati recuperati attraverso
uno storno di fondi dai vari programmi che
oggi sono efficienti, dall'Interreg a tutti
gli altri, per mettere questa somma a disposizione
di questo nuovo strumento di prossimità.
Perché nuovo? Perché ci sono
delle grandi difficoltà rispetto
al vecchio strumento di prossimità
che veniva operato attraverso le cooperazioni
transfrontaliere e perché ci sono
problemi diversi, in cui il ruolo delle
Regioni secondo me è assolutamente
determinante.
La prossimità è un concetto
che andrebbe forse meglio esplorato, un
concetto, che riguarda notevoli problemi
di ordine politico, culturale, economico,
tecnologico, sociale, dalla giustizia, all'immigrazione
clandestina, alla criminalità organizzata,
ai traffici umani, ai traffici di organi,
ai traffici di persone e potrei continuare
all'infinito. Un mondo complesso di realtà
strutturate, che vedono e devono trovare
un incontro e un punto di contatto, una
fusione e una integrazione dentro la politica
europea, che è una politica non di
espansione nel senso vecchio che noi abbiamo
di questo termine, ma in un senso nuovo
che è quello che Prodi ha bene esplicitato
nell'incontro fatto recentemente, il 13
ottobre alla conferenza tenuta ad Alessandria
sulla grande Biblioteca alessandrina, quello
del terreno della pace, della prosperità,
dello sviluppo per tutti. Lui ha sostenuto
che la cultura non diminuisce se viene suddivisa,
se viene partecipata, se viene condivisa
e così non diminuisce la ricchezza
se viene partecipata, se viene equamente
distribuita e così non diminuisce
la tecnologia se viene partecipata ed equamente
distribuita, se si aiutano gli altri popoli
a costruire il proprio sviluppo attraverso
quello strumento incredibile e meraviglioso
di cui spesso parliamo senza darci gli strumenti
appropriati per realizzarlo, che è
la sussidiarietà. Credo che queste
politiche di prossimità debbano puntare
in maniera forte, incisiva e convinta sulla
sussidiarietà.
Bene ha fatto il ministro La Loggia, recentemente,
nella conferenza tra 25 paesi per un discorso
forte sulle Regioni, a riuscire a raggiungere
un documento unitario. E' una sfida grande,
perché alcuni di questi paesi non
sanno neanche che cosa sono le Regioni,
non hanno le Regioni, quindi promuovere
il discorso delle autonomie come momento
fondamentale dell'allargamento e della politica
di prossimità credo che sia il tema
che noi dobbiamo affrontare sempre di più,
che le Regioni devono affrontare facendo
sentire il loro peso e la loro voce.
Perché? Ci sono due ordini di problemi.
Il primo è che non si può
in questo discorso di un'Europa a 25, prossimamente
a 27, con i confini che si dilatano, con
le barriere che cadono, (Tra l'altro sul
concetto di "confine" potremmo
aprire una querelle grandissima: quali sono
i confini.? I confini legali? I confini
culturali.? I confini naturali? I confini
antropologici?) pensare a continuare a decidere
con un centralismo esasperato e con un'euroburocrazia
che letteralmente strozza i progetti e le
decisioni, in una serie di passaggi tecnici
difficili da interpretare, difficili da
superare.
Il secondo problema riguarda proprio la
Commissione bilanci ed i finanziamenti,
per cui noi non possiamo utilizzare i fondi
della comunità, che vengono usati
per Interreg, all'esterno, così come
non possiamo utilizzare i fondi esteri all'interno.
C'è una spaccatura e una divaricazione
assurda e inutile, mentre dovremmo invece
procedere a una riunificazione del budget
fondi esterni-fondi interni, ma questo oggi
non è possibile e lo spiego con assoluta
semplicità. Il problema è
che nel bilancio ci deve essere una linea
specifica e ci devono essere le basi giuridiche
per sostenere questa linea. Oggi la base
giuridica è ristretta, quindi se
si fa un'unica linea di bilancio andrebbe
assolutamente allargata di contenuti. Se
invece si procede per due linee di bilancio
diverse, ma che possono poi convergere,
possiamo anche creare due linee di bilancio,
ma vanno create con basi giuridiche che
possano poi consentire la convergenza. E'
un problema tecnico che dovrà essere
visto, nel frattempo la Commissione ha deciso
una politica per la prossimità 2004-2006
con gli strumenti attuali, che sono quelli
che vi ho detto e che hanno delle contropartite
all'interno e dei limiti funzionali, e ha
deciso che dal 2007 si agirà con
un duplice intervento: sul versante politico
con l'attivazione di questi progetti che
riguardano in particolare questo nuovo sviluppo
della prossimità e sul versante giuridico
e sul versante tecnico, per strutturare
il bilancio della Comunità in maniera
diversa, funzionale alla prossimità
e ai rapporti con i nuovi paesi membri e
con i paesi limitrofi.
Ci sono i nuovi paesi indipendenti che peraltro
reclamano una maggiore attenzione da parte
della Comunità, anche perché
tutti sono ormai in cammino verso questo
contesto europeo che comunque si sta delineando,
ancorché con estrema fatica e con
estrema difficoltà, ma è una
strada che credo ormai tracciata. Sarebbe
veramente una catastrofe se questo percorso
si arrestasse e se la fisionomia dell'Europa
politica non venisse delineata con questa
convenzione per dare all'Europa il ruolo,
nella questione geopolitica mondiale, della
complessità e della globalizzazione
che deve avere, sia sul piano della esportazione
di una politica di pace, sia sul piano dell'esportazione
di una politica di sviluppo sostenibile.
La nostra capacità di tecnologia
ci impone doverosamente ed eticamente l'esportazione
di quanto noi abbiamo contribuito a creare,
di quanto è nostro patrimonio, nei
confronti di un mondo in cui milioni e milioni
di persone muoiono di fame, muoiono di stenti,
hanno sacche di povertà assolutamente
devastanti e da questa povertà poi
nascono le tragedie.
Sempre Prodi, nella Conferenza di Alessandria
del 13, ha messo in evidenza come non ci
siano muri che arginano i conflitti, come
l'Europa, in questa politica di prossimità
deve tenere al centro il concetto della
pace come costruzione preventiva e non reclamata
e reclamizzata a posteriori, anche con le
marce. Io sono molto d'accordo, sono cose
bellissime, sono corali, sono comunitarie,
tutto quello che volete, ma la pace va preparata
e lo diceva un Papa che non è quello
attuale, è Giovanni XXIII. Va preparata
con politiche economiche, con politiche
culturali, con una deontologia politica
e professionale che significa responsabilità
della politica e negli atteggiamenti politici,
che significa, quindi, capacità di
condividere e capacità di redistribuire
una ricchezza che si è conseguita
con anni e anni di lavoro, intelligente,
da parte degli Stati dell'Unione europea
che hanno costruito questo grande mercato,
senza frontiere, senza dogane, che oggi
è ricco, ma è vecchio, è
saturo e ha bisogno anche di confrontarsi
con un mondo che sta crescendo, che chiede
aiuto e a cui va data una risposta intelligente.
Prima si metteva in evidenza come la prossimità
riguardi al cultura, le tecnologie, questioni
estremamente sofisticate del nostro benessere.
Per arrivare a un concetto forte che ci
può riguardare da vicino, c'è
un altro problema di fondo che va affrontato
ed è quello che fino all'altro ieri,
da parte della Commissione bilancio, quindi
della politica dell'Unione europea lo sguardo
è stato, in maniera più convinta,
più continua e più impegnata
rivolto verso l'est e meno impegnata, a
mio parere nei confronti del sud e del Mediterraneo.
Io ho sempre sostenuto che è vero
che esiste una questione balcanica che oggi,
comunque, ha assunto una sua dimensione
e una sua fisionomia e che in qualche modo
è in una situazione di positiva transizione,
ma è vero anche che esiste una questione
mediterranea e che l'Europa si struttura
politicamente e si rinsalda economicamente
e politicamente se affronta decisamente
questo problema, non come ha fatto fino
a ieri e fino a oggi, con una sproporzione
di investimenti tra l'est e il sud. Grazie
a un certo tipo di cultura di alcuni paesi
euroscettici, che spesso manifestano i pregiudizi
nei confronti del sud dell'Europa, del Mediterraneo
e dei paesi che sono nel bacino del Mediterraneo
e del sud. Ogni volta che si devono difendere
i fondi per il Meda e ogni volta che si
devono difendere i fondi per lo sviluppo
- Ob. 1 e Ob. 2 - abbiamo delle tensioni
incredibili tra i vari paesi, che non sono
soltanto di origine economica, per dividere
una torta che magari non riesce a sfamare
tutti, ma sono tensioni di origine culturale
e di origine pregiudiziale.
Bene ha fatto la Commissione a ricordare
che bisogna ribilanciare in maniera equilibrata
il flusso di finanziamenti che va a tutti
i programmi, da Interreg a Meda, che soprattutto
devono essere meglio finanziati tutti i
progetti che riguardano il Mediterraneo
e, per quello che ci riguarda nel discorso
di prossimità, noi abbiamo maggiori
difficoltà, oggi, nella sfera dei
10 paesi del Mediterraneo che non nei confronti
dell'est, a cui abbiamo già dato
moltissimo. La Turchia è fuori da
questo, perché ci sono già
rapporti consolidati di altro genere, quindi
è rimasta fuori da questo discorso
della prossimità.
Le conclusioni di questo semestre italiano,
in cui il ruolo delle Regioni, in particolare
le Regioni del Mediterraneo, quindi il ruolo
dell'Italia, è stato un ruolo centrale,
dominante e incisivo per la politica di
prossimità devono comunque portare
a delle conclusioni politiche.
Questo significa che lanciare oggi la proposta
di un segretariato dell'Adriatico rispetto
alla nuova politica della prossimità,
alla nuova linea strategica della prossimità,
non è cosa peregrina, non è
una richiesta soltanto di visibilità
o di maggiore forza e impegno da parte delle
Regioni che sono sull'Adriatico, ma è
una necessità, perché l'Adriatico,
è nel Mediterraneo, il ponte, la
cerniera tra est-ovest e nord-sud e le Regioni
che si affacciano sull'Adriatico hanno un
ruolo decisivo, importante, determinante
nella politica di prossimità. Infine
perché rinunciare ai corridoi? Perché
rinunciare al Corridoio Adriatico? Nella
politica di prossimità le infrastrutture
viarie, oltre a quelle culturali, oltre
a quelle tecnologiche, oltre a quelle della
ricerca, sono estremamente importanti: non
si veicola nulla e non si fa prossimità
se non c'è comunicazione e la comunicazione
passa non soltanto per certe vie, ma passa
soprattutto per le strutture, per le reti
e sulle reti paneuropee e transeuropee noi
abbiamo fatto delle scommesse in cui, al
di là del Ponte sullo Stretto, il
centro-sud è assolutamente tagliato
fuori e penalizzato, e a questo si deve
rimediare in fretta. Occorre un approfondimento
sulle reti e un dibattito perché
la Commissione possa rivedere il piano Van
Miert con l'elenco di priorità. Non
si rivendica qualcosa che è campanilistico
ma una via di respiro, è la via di
respiro economica, culturale e funzionale
alla prossimità stessa. Qual è
la prossimità se non c'è lo
scambio? Rimane una questione filosofica,
ideologica, da approfondire sulle carte
di qualche rivista o di qualche monografia
ben documentata o è qualcosa che
si deve concretizzare in obiettivi, in processi,
in progetti che richiedono questa basilare
struttura, oltre che il finanziamento?
Chiudo, auspicando che il ministro La Loggia
e il ministro Baldassarri si facciano parte
attiva per promuovere questo discorso del
segretariato adriatico che riguarda la questione
della prossimità con una sede che
possa essere il punto d'incontro delle politiche
di prossimità regionali, che possa
dare alle Regioni quel ruolo attivo, dal
basso, senza dover dipendere sempre da un
collegamento diretto con Bruxelles. Se è
vero che le politiche di decentramento hanno
un senso e che bisogna riacquistare la propria
capacità di determinazione della
linea politica dalle realtà di governo
decentrate, quello di oggi è un momento
decisivo in cui il Governo in carica, con
il semestre di presidenza italiana può
fare molto e io mi auguro che faccia fino
in fondo la sua parte con successo.
Infine, rispetto al bilancio, e alle questioni
che ho citato, è necessaria anche
una visione diversa del credito e delle
possibilità che si possono avere,
con la creazione della Banca euromediterranea,
che è stata lanciata, ma è
stata stoppata. Siamo riusciti a realizzare
soltanto una facility all'interno della
Bei, che però il presidente del Consiglio
si è impegnato in questo semestre
a rendere strutturale e a renderla una sede
decentrata, per il momento, in attesa di
realizzare la Banca euromediterranea, perché
la Bei troppo spesso ha penalizzato il sud
e il mezzogiorno. Occorre una realtà
che sia di diretto impatto con i paesi del
Mediterraneo a livello economico e a livello
di credito e di finanza internazionale.
Essa è stata ostacolata, non a caso,
dai paesi del nord perciò, dobbiamo
lottare anche noi per avere una capacità
di determinazione, nelle linee di sviluppo
della politica dell'Unione europea, linee
di sviluppo che devono essere globali, non
settoriali, non a privilegio di alcuni e
a smacco per altri.
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