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INTERVISTE
E ARTICOLI
Articolo per
il Corriere Adriatico
28/mar/2004
L'Europa
ama definirsi una "società cognitiva"
e per i suoi cittadini prevede la necessità
di un apprendimento per tutto il corso della
vita. Certo tale definizione è piena
di fascino ed è anche supportata
da eccellenti ragioni di principio e di
fatto. Però di fronte ai recenti
dati europei sull'istruzione e sulla formazione
professionale del CEDEFOP di Salonicco,
c'è da chiedersi se si tratta di
un'utopia o di una realtà concreta
e, in prospettiva, se si tratta di un obiettivo
realistico. Nel vertice di Lisbona i capi
di governo e i ministri dell'istruzione
di tutta Europa hanno fissato una scadenza
per questo ambizioso risultato fra sette
anni, e cioè nel 2010.Non si tratta
di una sfida di poco cont,o soprattutto
se si considerano le attuali condizioni
della scuola in numerosi paesi. I sistemi
scolastici subiscono due controspinte: una
dall'alto, cioè dai legislatori che
assegnano loro obiettivi sempre più
ambiziosi, troppo spesso senza correlarli
ad adeguate risorse finanziarie e strutturali;
l'altra dal basso, cioè dagli "utenti",
che hanno un interesse intermittente per
le fasi calde delle riforme e poi si comportano
come se le strategie e le attività
che le scuole propongono non li riguardassero
troppo. Tra le due spinte c'è una
mentalità conservatrice dura a morire
e vi sono i docenti la cui condizione professionale
è un nodo critico in tutta Europa,
sia per i bassi stipendi, sia per uno status
sociale che si è molto appannato.
Si assiste al paradosso che mentre la società
civile avverte ogni giorno di più
l'esigenza di disporre di professionisti
più preparati e motivati per la formazione
dei giovani, quello a cui va incontro è
un numero sempre crescente di "impiegati
dell'insegnamento", che ci dimostrano
come la questione docente sia la questione
per eccellenza della nostra scuola. Il cammino
delle riforme, intrapreso con tanta fatica
negli anni di governo dell'Ulivo, e che
oggi assiste invece al varo di una Controriforma
confusa e preoccupante per molti aspetti,
gioca le sue possibilità di successo
proprio sui docenti: sulla loro convinta
adesione, sul loro desiderio di sperimentare,
sulla motivazione ad apprendere, a ricercare,
che certamente il "sistema scuola Italia",
invece di incentivare, comprime e non solo
per le questioni contrattuali, che pure
hanno una loro rilevanza. Un sistema di
istruzione di qualità richiede prima
di tutto qualità nei suoi attori
e perciò ha bisogno di professionisti
e non di impiegati. Da questo occorre partire
per qualsiasi analisi e proposta: ed mezzi
per conseguire il risultato, da quelli normativi
a quelli contrattuali, se sono tutti da
individuare e sperimentare, non possono
però essere antitetici rispetto ai
fini auspicati. La strategia di Lisbona
si fonda quindi sulla convinzione che occorra
investire di più in capitale umano,
nella ricerca e nella innovazione, che sono
determinanti per la produttività
e per la crescita economica. Ricerca, innovazione
e formazione sono i tre pilastri di questa
strategia, per cui entro il 2010, la spesa
per ricerca e innovazione dovrà attestarsi
sul 3% del PIL. Nel 2000 la media europea
era del 1,95%, contro il 2,72% degli USA
e il 2,98% del Giappone. Sempre entro il
2010 l'Unione Europea prevede un incremento
medio del 15% dei laureati in matematica,
scienze e tecnologia; un incremento fino
all'85% dei giovani che completeranno l'istruzione
media superiore ed una partecipazione all'educazione
continua di almeno il 12,5% della popolazione
adulta. Se il cammino della U.E. è
ambizioso, per l'Italia si tratta di una
sfida formidabile perché su molti
punti parte da una condizione molto più
arretrata rispetto alla media dei paesi
europei, a cominciare dagli investimenti
in ricerca e innovazione, che vedono anche
scarsi investimenti dal settore privato,
uniti alla stagnazione economica. Altrettanto
preoccupante è la situazione sul
versante del cosiddetto capitale umano.
E' emblematico che la denuncia di 1700 ricercatori,
che, pur avendo superato regolari concorsi,
si sono visti negare la possibilità
di assunzione, ha determinato l'intervento
della Presidenza della Repubblica, che ha
messo l'accento sui limiti delle politiche
a favore della cultura scientifica, che
è invece la componente essenziale
per la crescita e lo sviluppo del paese.
Il vero pericolo è che stanno venendo
a mancare le forze giovani per migliorare
l'attuale livello di progresso scientifico
e tecnologico. Proprio in ciò si
legge la caduta di rapporto del sistema
scolastico con il mondo dell'Università,
della cultura e del lavoro e la insufficienza
di una relazione dinamica tra i saperi di
base del processo formativo e l'extrascuola.
In prospettiva poi, visto il modesto 3%
delle nuove immatricolazioni nelle discipline
scientifiche, che rivela la generale difficoltà
del nostro sistema scolastico universitario
ad acquisire "capitale umano"
che dovrebbe garantire la potenzialità
innovative del Paese, formando profili di
competenze adatti ad una trasformazione
flessibile in agenti dell'innovazione tecnologica,
la mancanza di competenze raffinate nel
settore scientifico è destinata ad
aggravarsi. Infatti oltre alla ormai passata
"fuga di cervelli" nel settore
ricerca, va tenuto conto che nell'istruzione
secondaria la classe insegnante mediamente
supera i cinquanta anni di età e
che la percentuale di presenze degli insegnanti
nella scuola italiana al di sotto dei trent'anni
è dello 0,1%, rispetto alla media
europea del 9%. Il rischio è che,
se non saranno da subito attivate politiche
di rimotivazione e incentivazione per contrastare
questa situazione, , specie in campo universitario,
dove vanno istituiti "centri di eccellenza"
per la ricerca scientifica, e nella secondaria,
non avremo presto più docenti per
sostituire quelli che vanno in pensione
in certe discipline, con la conseguenza
che saranno sempre più utilizzatori
di tecnologie sviluppate da altri. Le trasformazioni
di carattere tecnologico e lo sviluppo della
scienza contribuiscono al miglioramento
della qualità della vita, ma contemporaneamente
inducono elementi preoccupanti di incertezza,
perché comportano il riassetto continuo
di equilibri sociali, culturali e occupazionali.
Il sistema scolastico sembra in difficoltà
ad indicare quali orizzonti consegnare ai
giovani. Pertanto non è possibile
concepire un avvicinamento agli obiettivi
fissati a Lisbona, senza investimenti economici
reali e "non annunciati" nei settori
della formazione e dell'istruzione, sia
per i docenti che per gli studenti. Gli
investimenti però non sono sufficienti,
poiché lo stesso sistema educativo
va riformato, insieme ad un nuovo reclutamento
ed una nuova formazione continua degli insegnanti.
Il Governo, così pieno di sicurezza
assurda di fronte allo sbandamento pericoloso
del nostro sistema formativo e di istruzione,
collassato dagli ultimi "ritocchi"
della Moratti, soprattutto nei settori dell'istruzione
e formazione tecnica e professionale, dovrebbe
almeno capire che il mancato investimento
in capitale umano comporterebbe una pesante
ed irreversibile ricaduta negativa per la
situazione economica e sociale del Paese,
che invece deve uscire al più presto
dall'emergenza Scuola, poiché il
reale pericolo è che vengano a mancare
le forze giovani per far avanzare l'attuale
livello di progresso scientifico e tecnologico.
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